TRA LE MACERIE

La fotografia non ha soltanto il potere di fissare su un supporto – la pellicola e la carta, oggi il digitale – un frammento della realtà per conservarlo durevolmente nel tempo. Oltre che una fonte per la ricerca storica, essa è anche uno strumento per “raccontare” la storia. E lo fa con una precisa strategia narrativa: il fotografo applica le sue abilità tecniche a ciò che vede nella realtà per costruire qualcosa di bello, di emozionante. È possibile vedere la bellezza anche nella distruzione lasciata dalla guerra? [PRIMA PARTE]

Le fotografie che documentano la distruzione delle città, delle case, dei monumenti portano inevitabilmente con sé un forte senso di tragicità: le potenti armi della guerra sgretolano ciò che gli uomini hanno pazientemente costruito, i luoghi dove hanno vissuto, le cose che hanno usato, non lasciando che pochi oggetti ammaccati a ricordare la vita spazzata via. Ci sono però anche scatti capaci di andare oltre questo sguardo dolente, creati da fotografi in grado di vedere le potenzialità artistiche, la bellezza irripetibile di quei cumuli di macerie.

In particolare, il contrasto di chiaroscuri che trasfigura gli ambienti in modo drammatico suggerisce inediti giochi di luce e di prospettiva. Così, un enorme foro di artiglieria sul muro di una casa diventa una seconda “finestra” che illumina una stanza buia; un borgo devastato emerge luminoso dall’oscurità di un muro squarciato; un edificio collassato diventa un luogo spettrale dove la luce gioca con le forme; un grosso cratere nero inghiotte una parte della facciata bianchissima e composta di una chiesa.

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In tutti questi esempi, la testimonianza della devastazione non viene meno, ma risulta anzi rafforzata dalla resa artistica, dalla capacità della fotografia di suscitare emozioni non soltanto attraverso l’oggetto che raffigura, ma anche grazie alle scelte creative del fotografo.

Fotografie tratte dalle collezioni della Biblioteca Universitaria Alessandrina e da quelle del Museo Centrale del Risorgimento di Roma.

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